MELINDA, CAVEAU IPOGEO

By on 25 novembre 2014

Conservare le mele sotto terra, nella roccia, all’interno di una montagna. Apparentemente una follia, una “mission impossible”. Invece in Val di Non quello che all’inizio sembrava solo un sogno è diventato realtà.

Il Consorzio Melinda, uno dei principali consorzi ortofrutticoli trentini che riunisce 16 cooperative e produce quasi 350 mila tonnellate di mele ogni anno, ha messo a punto in Trentino un sistema che permette di stoccare la frutta in un ambiente naturale, dando vita ad un progetto sperimentale molto interessante dal punto di vista ambientale : un modello naturale che abbatte l’impronta ambientale e i costi energetici tramite l’utilizzo di quindici kilometri di gallerie scavate nella roccia della cava di Rio Grande a Mollaro in Val di Non per la costruzione di celle di frigoconservazione realizzate completamente in ambiente ipogeo.

Non celle frigorifere tradizionali per la conservazione delle mele, dunque, ma un futuristico centro di frigo-conservazione in DCA (Dynamic Controlled Atmosphere) realizzato sfruttando un giacimento di dolomia che si trova 575m sopra il livello del mare, 270 metri sotto la superficie del suolo e 800 metri all’interno rispetto all’accesso, in grado di garantire un’ottimale conservazione dei frutti per lunghi periodi, senza ricorso a conservanti di alcun tipo e con una forte riduzione dell’impatto ambientale.

 

E’ il progetto ‘Ipogeo’ del consorzio Melinda, un ottimo esempio di aggregazione tra agricoltori, che sta sperimentando a Tuennetto di Taio, frazione di Segno di Taio, a 800 metri dalle sede di Mondo Melinda, questo nuovo modo di conservare le mele, a cui sta guardando con molto interesse anche il colosso statunitense Wall Mart, la più grande catena al mondo nel canale della grande distribuzione organizzata.

Il primo impianto pilota in ipogeo – della capacità di circa 10.000 tonnellate è operativo da fine settembre 2014 ma il progetto completo prevede la realizzazione di ulteriori 4 blocchi nel corso dei successivi 4-5 anni, per arrivare ad una capacità complessiva di circa 50.000 tonnellate.

Luca Granata, direttore generale di Melinda, accompagnato dal presidente di Melinda Michele Odorizzi, ha spiegato tutti i dettagli del progetto ai giornalisti intervenuti alla presentazione ufficiale, accompagnandoli direttamente in loco, nel magazzino situato sotto il livello naturale del terreno, ricavato nella roccia dall’azienda Tassullo, tra le maggiori realtà nella produzione di materiali per l’edilizia e per il restauro, in uno spazio all’interno delle labirintiche gallerie lunghe ben 17 chilometri ricavate in dieci anni di scavi nella roccia dolomia, compatta, resistente e isolante, risalente a ben 170 milioni di anni fa. Tutto è nato quasi per caso, nel 2010. “Nel nostro business plan abbiamo visto che entro il 2020 saremo passati da 350mila a 420mila tonnellate di mele, volumi in realtà raggiunti già quest’anno grazie ad una produzione particolarmente abbondante. Dovevamo trovare un modo per conservare le nuove mele in arrivo”, ha raccontato Granata. “Durante una riunione l’amministratore delegato della Tassullo ci ha rivelato quello che stavano realizzando nella montagna situata a poche centinaia di metri dalla sede di Mondo Melinda. Ci si è aperto un mondo. Dopo una serie di studi approfonditi, che ci hanno portato fino in Norvegia, abbiamo deciso di cercare di sfruttare il comportamento geotermico della dolomia, la roccia presente nella grotta”. La dolomia, infatti, è impermeabile ai gas e mantiene costante il rapporto tra ossigeno, azoto e anidride carbonica nell’ambiente. La roccia inoltre funziona da intercapedine termica, un po’ come un grande thermos per le mele: una volta portata la cella dai 10 gradi della roccia alla temperatura di 1 grado è sufficiente una minima quantità di energia per mantenere la temperatura costante e si consuma oltre il 60% in meno che con una cella frigo. E Per Melinda così l’idea si è trasformata in realtà con la realizzazione di una prima cella sperimentale che ha poi dato il via alla costruzione del primo lotto.”

L’obiettivo – sintetizza Granata – è abbattere in misura significativa i costi di realizzazione e gestione dei nostri centri di conservazione, ma soprattutto di ridurre ulteriormente la già limitata impronta ambientale derivante dalla nostra attività attraverso l’azzeramento sia dell’impatto paesaggistico, dal momento che tutto l’impianto sarà praticamente invisibile dall’esterno, sia di quello atmosferico,  grazie alla riduzione fino al 60% del consumo di energia elettrica rispetto ad un impianto standard”. Il progetto infatti fa del risparmio e della sostenibilità uno dei suoi cavalli di battaglia grazie ad una minor impronta ambientale eliminando 850 tonnellate di isolante artificiale, consentirà un minor consumo di 27mila metri cubi di acqua annui, pari a 10 piscine olimpioniche. Eviterà la costruzione di un ulteriore capannone per la conservazione delle mele e quindi altro consumo di suolo per 10 mila metri quadrati che rimangono a servizio della comunità locale.

A progetto completato, spiega il direttore, si sarà ottenuta una riduzione della produzione di CO2 pari a circa 40.000 kg/anno cioè tanta quanta ne viene assorbita da 50 ettari di bosco di conifere adulte. Grazie al naturale effetto coibentante esercitato dall’immenso mantello roccioso, sarà anche evitato l’utilizzo di oltre 10 metri cubi di Poliuretano espando .

 

Il progetto, avviato nel 2011, è inizialmente consistito in una  fase di studio teorico e di modellazione matematica condotto in collaborazione con Università ed Istituti di Ricerca italiani e norvegesi. Nella fase successiva, aggiunge il responsabile del Consorzio, si è passati alla realizzazione di una piccola cella-laboratorio della capienza di sole 120 tonnellate. dove si è proceduto a studiare il consumo energetico, la tenuta ai gas e la qualità delle mele  conservate in Ipogeo, oltre a condurre una simulazione della sostenibilità economica.

“Il progetto ‘Ipogeo’ rappresenta il primo tentativo a livello mondiale di frigo-conservazione di mele in ambiente under-ground – afferma Granata – con il quale Melinda metterà a segno un ulteriore contributo alla sostenibilità ambientale delle proprie attività”

 

Al momento sotto terra sono stoccate in atmosfera controllata 10.500 tonnellate di mele, circa 1050 vagoni, 33.870 bins. L’obiettivo è arrivare a 50 mila tons. “L’intento – ha aggiunto Granata – è di costruire altri quattro lotti”. Il magazzino sotterraneo è costituito da 12 celle alte 11 metri, larghe 12 con una capacità di 880 tonnellate ciascuna. I frutti vengono conservati a un grado centigrado in atmosfera controllata attraverso raffreddamento in geotermia. Non viene utilizzato materiale isolante, visto che la funzione viene perfettamente svolta dalla roccia stessa, che da isolante naturale. Immaganizzando le mele sotto terra, infine, si risparmia il 70% di energia elettrica rispetto a una struttura fuori terra, mentre la potenza elettrica installata per alimentare impianti frigoriferi a servizio delle celle è ridotta dell’80%. In generale c’è un risparmio del 20% dei costi di costruzione e un 30% di spese in meno nella gestione. Il costo dell’operazione ammonta a circa 7,5 milioni di euro, di cui quasi la metà sono stati finanziati da contributi pubblici.