etichettatura facoltativa delle carni bovine per una maggiore tutela per il consumatore e quale strumento per favorire la sostenibilità della filiera

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Brevi riflessioni sull’etichettatura facoltativa delle carni bovine per una maggiore tutela per il consumatore e quale strumento per favorire la sostenibilità della filiera.

Beatrice La Porta[1]

Al fine di garantire alti standard di informazione e tutela del consumatore, molti dei produttori di carne bovina italiani si sono dotati di etichette facoltative in ottemperanza a quanto disposto dalla normativa dell’Unione Europea vigente in materia.

Già nel gennaio 2015 il Ministero delle politiche agricole, forestali e alimentari è intervenuto emanando un Decreto Ministeriale (in G.U.R.I. n.56 del 9.3.2015) con cui ha definito una normativa semplificata per la gestione dell’etichetta facoltativa.

La ragione alla base è stata proprio garantire non solo i consumatori ma gli stessi operatori della filiera italiana che hanno cercato di dare un valore aggiunto ai propri prodotti attraverso la previsione in etichetta di informazioni facoltative legate in particolar modo alla razza, alle tecniche di allevamento e alla alimentazione dei bovini.

Con il Regolamento (UE) n. 653/2014, infatti, si è modificato il previgente Regolamento (CE) n.1760/2000 in materia di identificazione elettronica dei bovini ed etichettatura delle carni bovine e si è soppresso il previgente “Sistema di etichettatura facoltativo” a favore di un nuovo sistema semplificato che mira a garantire oggettività, verificabilità da parte delle Autorità competenti e maggiore comprensibilità per il consumatore delle informazioni relative al prodotto. A ciò si aggiunge, inoltre, la necessaria conformità dell’etichetta alla legislazione orizzontale in materia, con particolare riferimento a quanto previsto dal Regolamento (UE) n. 1169/2011.

La normativa di base prevede, altresì, che le informazioni facoltative fornite dal produttore seguano ogni singola porzione commerciale di carne venduta al taglio e siano consultabili attraverso cartelli, contenenti tutte le informazioni previste in etichetta, che siano di facile fruibilità e che possono essere esposti in prossimità del banco di vendita.

Tali info potranno, altresì, trovarsi su etichette stampate autonomamente che siano apposte in modo da non essere riutilizzabili e che contengano la denominazione completa o il logotipo dell’esercizio di vendita.

Ma cosa significa in concreto tutto ciò?

L’etichetta facoltativa della carne bovina e dei prodotti derivati introdotta nel 2014 è volta a garantire una migliore comunicazione e trasparenza attraverso la previsione di alcune informazioni ulteriori e non obbligatorie riguardanti il bovino e le metodiche di allevamento e di alimentazione dello stesso. Ciò è previsto, secondo quanto stabilito dal legislatore, mediante la creazione di un sistema “certificato” che permetta di risalire dalla carne etichettata all’animale o al gruppo di animali di origine.

Per il consumatore ciò significa, come si legge nella stessa Circolare ministeriale esplicativa del D.M. citato, che le informazioni facoltative apposte sulle etichette della carne bovina (mezzene, quarti, preconfezionati, ecc.), permetteranno di ottenere maggiori delucidazioni in relazione all’animale – razza o tipo genetico, indicazioni relative al suo benessere -, all’allevamento – sistema di allevamento, la razione alimentare, i trattamenti terapeutici, l’epoca di sospensione dei trattamenti terapeutici, indicazioni relative all’alimentazione – e alla macellazione – periodo di frollatura delle carni-.

Data la dettagliata previsione in merito all’etichettatura facoltativa delle carni bovine e la particolare attenzione posta lungo tutta la filiera, tali prodotti appaiono particolarmente indicati anche quali caso studio per la comunicazione delle scelte di sostenibilità compiute dagli operatori del settore alimentare. La previsione di un sistema particolarmente incisivo di controllo e comunicazione trasparente al consumatore, già esistente nel settore delle carni bovine, permette anche di immaginare come l’attuazione futura del nuovo regolamento UE 625/2017, con cui si abbandonerà l’attuale sistema di controllo “from farm to fork” a favore di un controllo completo sul “ciclo di vita” del prodotto, possa ben sposarsi sia con lo sviluppo di misure di sostenibilità che guardino all’interno percorso dell’alimento, che al monitoraggio efficace dello stesso.

 

Le esistenti criticità in materia e il recente intervento del Ministero delle politiche agricole.

In materia non mancano alcune criticità legate al recente D.M. 1175 del maggio 2016, con cui si è cercato di garantire una maggiore tutela del consumatore prevedendo una completa tracciabilità del prodotto e conoscibilità dei controlli a cui questo è stato sottoposto.

In ottemperanza a quanto previsto dal D.M., infatti, per l’applicazione del disciplinare in materia di etichettatura facoltativa, le analisi e le valutazioni del prodotto sono affidate ad Organismi Indipendenti di Controllo. A decorrere dal 1° gennaio 2017, infatti, gli obblighi di trasmissione delle informazioni vengono assolti dagli organismi indipendenti di controllo attraverso il caricamento delle relative informazioni nella Banca Dati Vigilanza (BDV) di cui al decreto ministeriale 16 febbraio 2012.

Al fine di favorire la creazione di un sistema quanto più centralizzato possibile, gli organismi indipendenti di controllo hanno l’obbligo di trasmettere al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e alle Regioni competenti, entro il 31 marzo di ogni anno, una relazione sull’attività di controllo svolta,  in cui diano conto di alcuni elementi base, ovvero: un elenco dei soggetti controllati per ciascun segmento di filiera, la data del controllo, il nominativo e ruolo dei componenti del gruppo ispettivo; la frequenze dei controlli; l’elenco degli ispettori e il numero delle ispezioni da ciascuno effettuate; l’elenco delle non conformità riscontrate e i provvedimenti adottati.

In relazione al procedimento previsto, tuttavia, il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, con un proprio provvedimento risalente al 06.03.2018 e facente riferimento alla nota del 19 febbraio 2018 dell’ICQRF, ha evidenziato la necessità di un adeguamento dei piani di controllo al fine di rendere omogenea la rendicontazione dell’attività di controllo, in quanto “nell’ambito dell’etichettatura facoltativa delle carni bovine e di pollame, utilizzano modalità diverse di classificazioni delle non conformità”. La nuova rendicontazione dovrà riclassificare le non conformità attenendosi ai criteri riportati dalla stessa disposizione, ovvero “Grave: mancato soddisfacimento di un requisito cogente; carenza sostanziale del sistema di gestione messo in atto dall’Organizzazione per garantire la conformità del prodotto e, in generale, un mancato soddisfacimento di uno o più requisiti specificati nel Disciplinare/Piano dei controlli che pregiudica la conformità del prodotto. Lieve: mancato soddisfacimento di una prescrizione relativa all’applicazione di un requisito previsto nel Disciplinare/Piano dei controlli che pregiudica la conformità del prodotto”.

[1] Avvocato specializzata in diritto alimentare e vitivinicolo, Ph.D. candidate presso la Scuola di dottorato in Sistemi Agroalimentari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Per contatti: beatricelaporta@gmail.com .